Il Welfare per le donne

Previdenza complementare, welfare contrattato e specificità femminile

Articolo di Raffaele Bruni

La domanda a cui vorrei rispondere con queste riflessioni riguarda l’esistenza o meno della necessità di affrontare le tematiche del welfare contrattuale avendo in mente il punto di vista della distinzione della caratterizzazione “strutturale” di uomini e donne sul mercato del lavoro.

L’importanza di questa domanda deriva da una semplice considerazione: il welfare oltre a fornire una serie di prestazioni di base (pensioni, sanità, educazione, ecc.) assolve anche a diverse funzioni perequative di mitigazione delle distorsioni esistenti sul mercato del lavoro, sul piano sociale, ecc., oltre a svolgere funzioni di carattere redistributive. È quindi evidente in questo senso come lo stesso debba prendere in considerazione la variabile di genere.

Proviamo ora a svolgere qualche riflessione preliminare a titolo di esempio per avere gli elementi necessari per rispondere a questa domanda.

Ogni forma tecnica con la quale si realizzano le varie forme di welfare può determinare a sua volta dei meccanismi potenzialmente distorsivi. A questi “buchi” la pratica, l’analisi dei bisogni e la progettualità degli attori sociali hanno risposto fornendo soluzioni che si sono dimostrate in grado di risolvere queste potenziali anomalie. Faccio un esempio per tutti. Nelle coperture pensionistiche l’elemento dirimente ai fini della determinazione del diritto e della misura delle prestazioni è legato alla presenza di una continuità contributiva.

In questo senso alcune situazioni, considerate meritevoli del punto di vista sociale, penso tra tutte alla maternità, potrebbero dar luogo a scoperture contributive pregiudizievoli dei diritti sociali della lavoratrice. Per far fronte a questa situazione è stato individuato e realizzato l’istituto della contribuzione facoltativa. Questa soluzione tecnica, si badi bene:
– non è insita automaticamente nel meccanismo previdenziale, nemmeno a quello a ripartizione;
– costituisce un elemento riequilibratore della “distorsione”;
– funziona tecnicamente solamente nel contesto all’interno di uno sistema tecnico di funzionamento del sistema previdenziale.

L’anno 1992, quello della cosiddetta Riforma Amato, con l’introduzione di un sistema misto, ha determinato una cesura del sistema previdenziale del nostro paese. Il nuovo sistema non solo ha modificato l’impianto dal punto di vista dei soggetti coinvolti (istituto pubblico della previdenza obbligatoria, ente contrattuale per la previdenza obbligatoria) ma è intervenuto, con l’aggiunta di un sistema a capitalizzazione individuale (previdenza complementare), modificando i meccanismi di determinazione delle prestazioni pensionistiche.

Di fronte a un cambiamento di tale portata sarebbe stato lecito attendersi una riflessione globale sulle caratteristiche del nuovo welfare e sugli effetti che il cambio di paradigma avrebbe determinato. In realtà, purtroppo ciò non è avvenuto, nemmeno in minima parte. L’attenzione si è concentrata esclusivamente attorno allo sforzo di garantire un livello di adesioni sufficiente. Il fatto che la componente più programmatica sia stata messa da parte è una colpa che non può essere interamente imputata al sindacato. Le strutture sindacali a tutti i livelli si sono infatti trovate a dover supplire a un compito di “proselitismo” che sarebbe istituzionalmente toccata alle istituzioni pubbliche. Pertanto se oggi la previdenza complementare è una realtà consolidata è merito in grandissima parte dell’azione delle organizzazioni sindacali.

Il sindacato dovrebbe però, almeno oggi a più di 30 anni dall’avvio della previdenza complementare, sforzarsi di considerare i fondi pensione non tanto come degli strumenti finanziari quanto come una componente del welfare, con le sue regole precipue, che però non escludono quelle di essere una componente del sistema di protezione sociale.

A partire da questa considerazione riprendiamo quanto abbiamo appena argomentato rispetto alle forme compensative e in particolare a quelle legate al periodo della maternità. Durante questo periodo la lavoratrice percepisce un salario che in parte è erogato come retribuzione (quota a carico del datore di lavoro) e in parte come indennità (quota a carico del sistema di protezione sociale). Ora, salvo qualche lodevole eccezione, le previsioni contrattuali legate alla previdenza complementare prevedono una contribuzione sulla retribuzione escludendo quindi la parte percepita a titolo di indennità, che peraltro e maggioritaria nei periodi di assenza facoltativa. Ovviamente non può in questo caso funzionare l’istituto della contribuzione figurativa in quanto senza contribuzione effettiva non esiste alcuna prestazione complementare. Lo stesso vale per tutte quelle altre assenze (es. 104) per le quali non si percepisce una retribuzione. Il correttivo può essere semplicemente il riferimento, definito su base contrattuale, alla retribuzione che chiamerei teorica.

Una seconda questione riguarda l’applicazione delle tabelle di conversione del capitale in rendita con le quali a partire da quanto accumulato nella forma complementare viene determinato dai fondi l’importo delle pensioni. La storia delle pensioni pubbliche ci dice che donne e uomini, indipendentemente dalla loro differente speranza di vita, hanno diritto a una pensione di uguale importo. La ragione di questa scelta mutualistica tra sessi è abbastanza chiara: la pensione deve assicurare un reddito dignitoso per gli anni successivi al ritiro dal lavoro e questo valore è indipendente dalla durata temporale in cui ogni individuo rimarràm probabilmente in vita. La stessa impostazione è stata ribadita anche con il nuovo meccanismo contributivo. Il coefficiente che trasforma il montante virtuale in pensione è uguale per uomini e donne.

Cosa succede nella previdenza complementare? Sebbene l’Unione Europea suggerisca l’utilizzo di un coefficiente unico, i fondi pensione hanno deciso di applicare tabelle disgiunte sfruttando una facoltà presente nella stessa normativa che consente di giustificare la rinuncia a questa opzione. Questo significa a parità di montante una pensione inferiore per le donne. C’è un ulteriore questione legata alle prestazioni pensionistiche complementari. Ogni iscritto ha la facoltà di indicare il tipo di pensione verso la quale indirizzare il capitale che ha accumulato. Fermo restando che questa flessibilità è uno dei punti più importanti della previdenza complementare mi chiedo se qualche riflessione in più non debba essere svolta in merito alla alternativa tra pensione senza reversibilità e con reversibilità.

Considerata la disparità tra i sessi sul mercato del lavoro sarebbe forse più equo e tutelante prevedere che in alcuni casi particolari (coniuge senza pensione o con pensione al di sotto di un certo livello), si debba prevedere una obbligatorietà della conversione della prestazione con reversibilità. Qualcuno potrebbe obiettare a questo proposito che questa imposizione potrebbe ledere un diritto individuale a disporre del proprio risparmio. A questa obiezione rispondo ricordando che le forme di previdenza complementare godono di una trattamento fiscale molto agevolato che è previsto solamente in funzione della natura sociale di questa forma di risparmio.

In base a tale contributo e a tale finalizzazione è del tutto ovvio prevedere delle limitazioni, stante che in assenza di reversibilità il costo di un eventuale integrazione di reddito al superstite sarebbe a carico dell’assistenza e quindi dello Stato.

Vi è poi un tema di natura politica che riguarda la rappresentanza. Se esaminiamo il rapporto tra uomini e donne all’interno dei consigli di amministrazione dei fondi pensione emerge una disparità enorme; le rappresentanti femminili sono meno del 10% numero complessivo degli amministratori. Vorrei essere chiaro: non mi riferisco qui a un problema di quote rosa, ma voglio solo rappresentare il fatto che l’assenza delle donne nei consigli di amministrazione è un’ostacolo alla promozione o solo alla discussione delle istanze di cui stiamo solo parlando all’interno dei fondi pensione. Ma questo è un problema del tutto sindacale, su cui occorrerebbe una riflessione che non mi spetta.

Infine va considerato una disparità di carattere strutturale tipica di tutte le forme di risparmio. Nei meccanismi a capitalizzazione conta la quantità di risorse versate e il tempo/continuità con la quale i versamenti vengono realizzati. Se consideriamo la componente femminile del mercato del lavoro emerge da questo punto di vista una duplice penalizzazione. Non solo le donne soffrono in molti casi di un gap salariale, ovvero sono inquadrate mediamente a livelli inferiori e quindi percepiscono retribuzioni più basse, ma allo stesso tempo hanno storie contributive più irregolari e più corte.

Infine esiste una distorsione che si attua a livello di scelte di investimento: poiché le donne tendono a percepirsi, e il più delle volte lo sono, come più precarie tendono a compiere delle scelte di investimento più conservative. Il che significa che partecipano a comparti meno redditizi dal punto di vista del rendimento. E sappiamo che in un sistema a capitalizzazione il rendimento dell’accantonamento previdenziale gioca un ruolo essenziale nella determinazione dell’importo della pensione. Stare in un comparto più conservativo significa avere a parità di
versamenti una pensione decisamente più bassa.

In questo senso mi sembrerebbe utile svolgere da una parte una iniziativa di comunicazione per aumentare il livello di consapevolezza delle lavoratrici sull’importanza delle scelte di allocazione del proprio risparmio e dall’altra costruire un sistema di incentivi per “tenere dentro” le donne nel sistema complementare aumentando gli orizzonti temporali e quindi le opportunità di scelte allocative.

Mi sono concentrato esclusivamente sugli aspetti inerenti la previdenza complementare ma analoghe riflessioni potrebbero essere compiute, nella loro specificità, con riferimento a tutti gli strumenti del welfare contrattato (forme sanitarie in primis). Da qui la necessità di costruire una vera e propria agenda per intervenire sulle distorsione prima che queste creino un sistema a due velocità, o meglio a due livelli di copertura.

(Foto di Ярослав Гринько su Unsplash)